Albiera Antinori e la cantina ipogea di Guado al Tasso, un racconto di cura e passione che affonda le radici nella terra
“I cipressi che a Bolgheri alti e schietti / van da San Guido in duplice filar” ci suggerisce in versi Giosuè Carducci. Ed è da quell'immagine da cartolina che inevitabilmente comincia la nostra storia: dal viale che disegna l’immaginario di Bolgheri e apre il paesaggio come una pagina già scritta. È la soglia naturale del racconto di Albiera Antinori - Presidente di Marchesi Antinori, griffe prestigiosa del vino italiano nel mondo, ma anche del Consorzio per la Tutela dei vini DOC Bolgheri e DOC Bolgheri Sassicaia- donna di queste terre prima ancora che produttrice, custode di un’eredità che parla di radici, responsabilità, continuità. «Per noi è rispetto, rispetto e responsabilità», dice. Parole che sembrano germogliare direttamente dal terreno, come se fossero pronunciate dalla vigna stessa. Ed è proprio da questo sentimento che nasce la scelta più importante: fare una cantina che non si vede. L’ipogeo di Guado al Tasso, progettato da Fiorenzo Valbonesi di asv3–officina di architettura e fresco vincitore del Premio Speciale Caoduro Lucernari, è un gesto di sottrazione, quasi di pudore. «L’architetto ha voluto che da fuori si vedesse il meno possibile, perché un edificio produttivo deve essere funzionale, non un monumento a se stesso». Così l’ingresso è una feritoia, un varco misurato: un “vedo non vedo” che accompagna dentro la terra senza mai dichiararsi del tutto. Si scende lungo una scala che dal podere porta al cuore nascosto dell’edificio, mentre dalla parte della ricezione delle uve una vetrata guarda il mare: una linea di luce tecnica, non scenografica, che dice l’essenziale. «La natura entra dentro, il vino sta dentro ma ha un legame continuo col paesaggio esterno», spiega. È un rapporto di svelamento lento, graduale. La cantina è un ipogeo che respira come una duna: si entra in ombra e si riemerge verso il cielo, attraverso tagli che incorniciano la vigna e il mare. Al centro, tre vetrate orientano lo sguardo: una verso la vinificazione di Guado al Tasso e Matarocchio, una verso la barriccaia e una verso l’esterno, dove il paesaggio si lascia intuire più che afferrare. Poi ci sono le forme. «Nella cantina ci sono due volumi distinti: uno circolare per il Matarocchio e uno trapezoidale per il Guado al Tasso. Non nasce come scelta simbolica: è funzionalità pura. Per il Matarocchio, che è una produzione piccola, mettere i serbatoi a cerchio permette di controllare tutto con maggiore precisione». L’estetica arriva dopo: segue il lavoro, lo ordina, lo rende leggibile. E i materiali raccontano la terra. Cemento in pasta, gettato in casseforme di legno che lasciano la loro impronta materica: «Non c’è un muro dritto - l’architetto ha fatto impazzire l’impresa - ma è proprio questo che toglie rigidità e dà vita allo spazio». I colori vengono dal suolo stesso: «durante il Covid, prove su prove accostando la terra ai campioni per trovare la tonalità giusta». Dentro, il rovere color noce della sala degustazione scalda l’ombra e la luce filtrata dall’alto, perché in una cantina ipogea la luce arriva così, verticale, raccolta. Il discorso poi si allarga, come fa sempre quando si parla di vino: al territorio, alla memoria contadina, al ritmo delle stagioni. «È parte del nostro vivere, della nostra educazione: guardare il vento che viene dal mare, osservare le vigne, capire cosa chiede la terra». E poi l’evoluzione degli ultimi vent’anni: da edifici puramente funzionali a luoghi che devono raccontare. «Oggi chi ama il vino vuole vedere dove nasce, capire la storia, il clima, la geologia, le mani che lo fanno. Il vino è diventato cultura, è diventato turismo. E aprire una cantina è come iniziare un racconto.» Quella dei due vini - il Guado al Tasso e il Matarocchio - che qui hanno radici. «Sono vini che richiedono selezione di parcella, di grappolo, di chicco. Serve una cantina fatta su misura, con persone e spazi dedicati.» Un abito su misura, sì, ma soprattutto una casa costruita intorno al ritmo del vino e al silenzio della terra. C’è un luogo che Albiera ama più di tutti: vicino al Bosco del Bruciato, tra le colline e il mare, dove una siepe di macchia mediterranea apre un varco da cui “si vede tutto”. «Le colline che chiudono l’anfiteatro bolgherese, il mare lontano, i pini, le querce. È il punto esatto in cui il paesaggio racconta la sua storia». Così, tra questa immensità, s’annega anche il suo pensiero… “e il naufragar m’è dolce in questo mare” (Giacomo Leopardi, L’Infinito). antinori.it














